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«L’Avana non ti accoglieva mai con discrezione; ti prendeva a schiaffi con un vento che sapeva di sale, tabacco e promesse infrante. In quella Cuba del 1957, se non avessi brillato, saresti sparito.»

18 ott
Tempo di lettura: 4 min

L'Avana, 1957.

Mentre all'orizzonte la tempesta del secolo minaccia di isolare l'isola e sulle montagne i barbudos preparano la rivoluzione, il Refugio di San Dionisio vive secondo regole proprie. Vecchia dimora coloniale trasformata in un club esclusivo, il Refugio è un porto franco dove l'eccesso è arte, la seta sostituisce le divise e i segreti della buona società si consumano al ritmo lento del mambo e del rum.

A mandare avanti la fortezza sono Bruno Marangon, un ex alpino pragmatico e muscoloso, e il suo stravagante compagno Glauco Santandreis, re indiscusso dei caftani in seta e maestro di drammaturgia. Insieme a loro, una colorata "famiglia" di giganti caraibici e cuochi filosofi protegge un equilibrio fragile e deliziosamente scandaloso.

Ma quando l'imminente uragano blocca all'interno della villa una delegazione ufficiale giunta da Roma — guidata dall'austero Senatore Ermenegildo Foscari, da sua moglie Silvana e da un manipolo di burocrati pieni di ombre — il Refugio si trasforma in una trappola mortale a porte chiuse. Un brindisi avvelenato, un finto cadavere e una rete invisibile di ricatti faranno crollare ogni maschera.

Tra commedia barocca, passione viscerale, sensualità senza freni e un'indagine gialla dal ritmo incalzante, Bruno e Glauco dovranno orchestrare l'inganno perfetto prima che la tempesta trascini via tutto.


«Verso sera, il caldo dell'Avana cambiava natura. Per tutto il giorno aveva avuto qualcosa di aggressivo, quasi personale. Si appiccicava alla pelle, entrava nelle stanze, si fermava sulle tende e sui mobili come un ospite che nessuno aveva invitato ma che nessuno avrebbe avuto il coraggio di mandare via. Poi, quando il sole cominciava a scendere dietro i tetti della città, si faceva più mite. […]

L’Avana non ti accoglieva mai con discrezione; ti prendeva a schiaffi con un vento che sapeva di sale, tabacco e promesse infrante. In quella Cuba del 1957, se non avessi brillato, saresti sparito. E io non avevo nessuna intenzione di sparire nel buio di un temporale senza aver prima deciso quale spilla abbinare al disastro.»


«Abitare a Cuba prima che quel ragazzotto barbuto di Castro decidesse che l'uniforme verde oliva fosse l'ultimo grido della moda — un orrore cromatico che non perdonerò mai, sia chiaro — significava vivere dentro un bicchiere di Daiquiri perennemente scosso.

Io, Glauco Santandreis, osservavo questo spettacolo dal balcone del Refugio di San Dionisio, avvolto in venti metri di seta color giallo "Scandalo Vaticano".

Se Garcia Lorca avesse visto questo cielo invece di piagnucolare a New York, avrebbe scritto che l'aurora de Cuba ha un uragano di piume di uccello del Paradiso. Ma Federico era un tragico; io, invece, sono solo eccessivo. È una differenza sottile, come quella tra un diamante vero e uno di Boemia: entrambi brillano, ma solo uno ti permette di pagare l'affitto se le cose si mettono male.»


«La cena iniziò come un minuetto di bugie cortesi. Il tintinnio delle posate d’argento contro la porcellana era l’unico suono onesto in una stanza dove ogni sorriso era un contratto e ogni sguardo una clausola rescissoria. […]

I bicchieri si toccarono. Il suono fu breve, quasi timido. Foscari bevve un sorso. Poi un altro.

«È più forte di quanto pensassi.»

Si appoggiò allo schienale della sedia. Portò una mano alla camicia e cercò di allentare il colletto. Tenta di alzarsi. La sedia si rovesciò all'indietro e colpì il pavimento. Il bicchiere gli sfuggì dalle dita, cadde e si spezzò. Le ginocchia cedettero.

Bruno lo afferrò prima che battesse la testa contro il tavolo.

«Indietro,» ordinò Bruno. «Tutti indietro. Il Senatore non è scivolato su una buccia di banana diplomatica. Il modo in cui ha contratto le dita indica un dolore che non appartiene al cuore, ma a qualcosa che gli è stato porto.»


«Tre uomini che, fuori da quelle mura, avrebbero dovuto spiegare molte cose. Dentro il Refugio non c'era niente da spiegare. Era questo, forse, il privilegio più grande che ci eravamo concessi: non essere costretti a dare un nome a ogni cosa.

Fuori, il vento passava tra le palme e il mare arrivava fino a noi come un rumore basso e continuo. Il Refugio scricchiolava. I muri trattenevano il calore del giorno. E per qualche ora, almeno, tutto sembrava al proprio posto. La certezza che, qualunque cosa fossimo stati prima di arrivare lì, al Refugio avevamo smesso di essere soli.»

«Glauco rimase solo con il corpo del Senatore nella camera blu.

«Nelle favole,» disse Glauco piano, «c'è sempre qualcuno che dà un bacio.»

Si sporse, quindi, e depose sulle labbra del Senatore Ermenegildo Foscari, già parlamentare di lungo corso e al momento finto cadavere, un bacio delicato, carico di tutta la sincerità commovente di un addio.

Il Senatore riaprì improvvisamente gli occhi.

«Sono... sono in paradiso?» gracchiò Foscari, la voce ridotta a un sussurro roco dall'antidoto. «Perché se questo è il paradiso, non avrei mai immaginato che l'angelo custode portasse un serpente d'oro così grande al collo.»

Glauco si raddrizzò bruscamente, arrossendo violentemente. «Siete al Refugio, Senatore. E io non sono un angelo, sono solo un uomo con un pessimo tempismo.»


 
 
 

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MAAT TEDESCO 

Maat Tedesco - nato il 29 novembre 1961.

Scrive storie perché è il modo che conosce per osservare il mondo con attenzione e senza fretta.

Ha viaggiato molto, più per curiosità che per fuga, portando con sé luoghi, incontri e domande che ritornano naturalmente nei suoi testi.

La sua scrittura si muove tra fantascienza, immaginazione e realtà quotidiana, cercando sempre un punto di contatto umano.

Non ama spiegare troppo quello che scrive: preferisce che il lettore si senta libero di entrare, restare, o tornare quando vuole.

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