sorprese islandesi..
Kenji
Il rifugio dell’inverno
Gennaio, in Islanda, non è solo una stagione è uno stato del corpo.
La luce ritorna lentamente, come una promessa che non osa ancora mantenersi, e nel frattempo tutto si concentra, il respiro, il pensiero, il desiderio. È in questo tempo sospeso che avevo incontrato Kenji.
Lo riconoscevo prima ancora di vederlo.
C’era un modo preciso in cui il vapore sembrava farsi più denso quando si sedeva accanto a me, nella Lava Cove o nel Nest. Un modo in cui il silenzio diventava improvvisamente carico. Era alto, imponente, costruito come chi ha imparato a vivere dentro il proprio corpo senza chiedere permesso. Non parlavamo molto.
L’inglese, tra noi, restava uno strumento imperfetto. Ma non serviva altro, bastava la prossimità, la consapevolezza fisica, quel linguaggio antico fatto di distanza annullata.
Gennaio pasava così, immersioni lente, massaggi condivisi, bicchieri di vino bevuti senza fretta mentre fuori il vento modellava la neve. Cenavamo allo stesso tavolo in silenzio, i dialoghi erano fatti da sguardi fin quando i bicchieri della buonanotte riuscivano a farci scambiare qualche parola in inglese.
E poi, una sera, il confine fu attraversato senza dichiarazioni. Lasciai la porta socchiusa. Lui entrò. Il resto accadde nel modo in cui accadono le cose inevitabili, senza bisogno di essere nominate.
Per giorni il tempo smise di avere un significato misurabile.
Il Retreat, la laguna, l’aurora, tutto rimase fuori fuoco. Esisteva solo una stanza, due corpi che imparavano il ritmo dell’altro, e una quiete intensa, quasi sacra, che non avevo previsto.
Quando tornai da una delle ultime immersioni e trovai la camera vuota, capii che l’inverno non perdona le esitazioni.
Il biglietto era semplice. Diretto. Kenji doveva rientrare in Giappone per lavoro.
Ringraziava. Nessuna promessa.
Non provai dolore.
Provai urgenza.
Il giorno dopo, Reykjavík mi accolse con una neve leggera e un silenzio operativo. L’appartamento era moderno, essenziale, disposto su due livelli. Le vetrate si aprivano sull’Old Harbour, le navi immobili nel fiordo, il profilo di Esja sullo sfondo, il mare scuro che respirava piano. Era uno spazio pensato per restare, non per passare.
Firmai senza ripensamenti.
Al mattino seguente tornai al Retreat.
Non bussai davvero. Quando Kenji aprì la porta, non servì spiegare nulla. C’era in lui quella stessa presenza calma e concentrata che avevo imparato a riconoscere. Gli dissi solo di prepararsi. Di prendere le sue cose.
Guidai io, quella volta. La strada era ghiacciata, il cielo basso. In macchina eravamo in silenzio e la sua mano ferma sulla mia coscia.. Non c’era tensione, solo una specie di allineamento silenzioso, come se entrambi sapessimo che qualcosa stava trovando forma.
Davanti alla vetrata dell’appartamento, con il porto illuminato sotto di noi, dissi ciò che andava detto. Senza enfasi. Senza strategia.
Rimanere.
Fino all’estate.
Per il tempo possibile.
Kenji guardò fuori a lungo, poi tornò su di me. Annuì. Disse sì in quella lingua che non era casa per nessuno dei due, ma che in quel momento bastava.
Quella notte non tornammo indietro.
Cucinammo qualcosa di semplice. Accesi il camino. Ci muovemmo nello spazio come se fosse già abitato da tempo. Quando ci addormentammo, il suo respiro era regolare contro il mio, e fuori la neve cadeva piano, senza urgenza.
L’inverno non era finito.
Ma avevamo smesso di attraversarlo da soli.
L’estate, da qualche parte, stava già aspettando.

Giornate..
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2026
20 gennaio
8:00 / 8:25 FCO
AMS (1:55)
15:25 KEF
Arrivo a Reykjavik da Roma passando per Amsterdam.
2026
21- 31
gennaio -
Reykjavik
Appunti dalla fine del mondo (o dal suo inizio)
Il volo da Roma con scalo ad Amsterdam è stato un lungo corridoio di nuvole e silenzi. Mentre l'Italia si chiudeva di nuovo in se stessa, e l'aria delle metropoli irrespirabile, io guardavo fuori dal finestrino, verso un Nord che prometteva solo freddo e verità. Sono arrivato al Retreat della Laguna Blu che era già buio. Ma qui il buio non fa paura; è un abbraccio di basalto e vapore.
La mia camera è un santuario. Quando ho chiuso la porta alle mie spalle, il ronzio dell'ansia collettiva è svanito. Il calore del legno scuro e la morbidezza dei tessuti naturali mi hanno accolto come un vecchio amico. Non c’è nulla di ostentato, solo una linea continua che va dal mio letto alla roccia lavica che preme contro il vetro. Mi sono tolto le scarpe, sentendo il pavimento riscaldato sotto i piedi, e in un attimo ho dimenticato il viaggio e il caos di Fiumicino. Una Doccia calda e il tempo di cambiarmi.
Dopo cena, il rituale è sempre lo stesso. Mi siedo al bar, in un angolo riparato dove la luce è così bassa e calda da sembrare quella di un camino acceso. Sorseggio qualcosa di forte mentre osservo il fumo che danza sopra la laguna esterna. Oltre il vetro, l'Islanda si distende in un blu elettrico e lattiginoso, solcato da vapori che sembrano spiriti geotermici. È un panorama che invita alla resa, un luogo magico dove il caos del mondo esterno pare non avere il permesso di entrare, qui, immerso in questa architettura che sembra scavata dal vento, mi sento al sicuro. È una quarantena di lavoro dorata, la mia.
Nei prossimi giorni trascorrerò le ore piccole tra la scrivania e gli angoli relax scavati nella pietra, lì dove il silenzio è così profondo che riesco finalmente a sentire le voci dei miei personaggi. Due romanzi, uno di fronte all'altro.
Tra un capitolo e l'altro, scendo verso le acque termali. Mi immergo nel silenzio della roccia, lasciando che il silicio purifichi la pelle e i pensieri. Qui, tra il calore sotterraneo e le stelle polari, il tempo non corre più. Si limita a fluire, lento e costante, come la lava sotto i miei piedi.
2026
3 febbraio,
"sorprese islandesi.."
"In queste settimane ho capito che il lusso non è l’eccesso, ma la sottrazione riuscita."













