23 ottobre — Articolo 2 Roma e le Lemuria. Quando i morti non erano ospiti graditi.
Roma e le Lemuria.

Quando i morti non erano ospiti graditi.
Non tutti i rituali dedicati ai defunti servono a richiamarli.
Nell'antica Roma esistevano cerimonie destinate esattamente allo scopo opposto: impedire che le presenze dei morti disturbassero la casa e i suoi abitanti. Le Lemuria, celebrate il 9, 11 e 13 maggio, costituiscono uno degli esempi più conosciuti. La fonte fondamentale è Ovidio, che descrive la cerimonia nel quinto libro dei Fasti. Il protagonista è il capofamiglia. Durante la notte si alza, compie gesti di purificazione e prende in bocca o nelle mani, secondo la sequenza descritta, le fave nere destinate al rito. Le getta dietro le spalle senza voltarsi, pronunciando una formula ripetuta nove volte.
La formula latina riportata da Ovidio è: Haec ego mitto; his redimo meque meosque fabis. «Queste io getto; con queste fave riscatto me stesso e i miei.»
Le fave sono offerte sostitutive, utilizzate nel linguaggio rituale per ottenere l'allontanamento delle presenze. Successivamente il celebrante compie altri gesti e chiede agli spiriti ancestrali di uscire dalla casa. Il punto importante è che il rito non nasce dal desiderio di ottenere informazioni. Il morto viene considerato una presenza potenzialmente inquieta, con la quale è necessario stabilire una distanza. Nella religione romana il rapporto con i defunti era complesso. I Manes erano associati agli spiriti dei morti e al culto funerario, mentre termini come lemures e larvae potevano evocare presenze più problematiche. Le categorie non erano sempre utilizzate in modo perfettamente uniforme dagli autori antichi.
Le Lemuria mostrano comunque un principio fondamentale: ricordare un defunto e desiderarne il ritorno sono due cose differenti. Una famiglia può onorare i propri morti senza volerli incontrare. ### Il rito delle nove fave Per una ricostruzione moderna e simbolica bastano nove fave secche, una ciotola e un bicchiere d'acqua. Dopo essersi lavati le mani, si prendono le fave una alla volta e le si lascia cadere nel recipiente. Per ogni fava si pronuncia una breve formula di congedo: > «A chi è venuto prima di noi, memoria e pace. A questa casa, quiete e protezione.» Al termine si raccolgono le fave e si conclude la cerimonia. La formula italiana è moderna. Non sostituisce il testo di Ovidio e non pretende di riprodurre integralmente la cerimonia romana. L'interesse del gesto sta nella sua ripetizione. Nove movimenti, nove parole, un'azione conclusiva. Il rito possiede un inizio e una fine riconoscibili. In molte pratiche magiche la ripetizione serve a stabilizzare l'attenzione e a rendere solenne un atto che, isolato dal contesto, sarebbe del tutto ordinario. Le Lemuria ci ricordano inoltre che la storia della necromanzia non riguarda soltanto l'apertura di un passaggio verso l'aldilà. Riguarda anche la sua chiusura.
Fonte storica: Ovidio, Fasti, libro V, versi 419–492.



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