Piccola e ironica guida per imparare a sopravvivere alla degustazione di un rum giamaicano ad alta gradazione
- maattedesco
- 16 feb
- Tempo di lettura: 2 min
Se pensate che il rum sia una carezza zuccherina pensata per accompagnare il tramonto su una spiaggia di plastica, fareste meglio a posare subito quel bicchiere e tornare alle vostre rassicuranti bibite gassate.

Approcciarsi a un rum giamaicano ad alta gradazione, magari un overproof che flirta pericolosamente con i sessantatré gradi alcolici, non è una degustazione ma una vera e propria prova di sopravvivenza degna di un addestramento militare nella giungla. Questi liquidi non chiedono permesso, entrano in bocca con la grazia di un elefante in un negozio di cristalli e lasciano dietro di sé una scia di aromi che la scienza ufficiale fatica ancora a classificare tra il commestibile e il tossico.
Il primo passo per non finire al pronto soccorso con le mucose vaporizzate è la preparazione psicologica. Quando versate un distillato giamaicano ad alto contenuto di esteri, noterete subito quello che gli esperti chiamano funk. Non cercate i profumi di vaniglia della nonna, qui troverete un bouquet olfattivo che oscilla tra l'ananas lasciato a marcire sotto il sole di agosto, la vernice fresca, la colla per scarpe e, nei casi più fortunati, una nota di calzini usati in palestra. Non spaventatevi, è proprio questa meravigliosa puzza a rendere il rum giamaicano la cosa più vicina a un'esperienza mistica che possiate trovare in una bottiglia.
La regola d'oro per l'approccio nasale è la cautela. Non infilate mai il naso direttamente dentro il bicchiere come fareste con un timido vino bianco, a meno che non desideriate sottoporvi a una lobotomia chimica istantanea. Tenete il bicchiere a debita distanza e lasciate che gli aromi salgano verso di voi, ondeggiando come vapori velenosi sopra una palude incantata. Solo quando avrete preso confidenza con l'odore di solvente industriale potrete avvicinarvi ulteriormente per cogliere le sfumature di frutta tropicale fermentata che rendono leggendarie distillerie come Hampden o Worthy Park.
Arrivati al momento del primo sorso, ricordate che la moderazione è vostra amica. Dovete bagnarvi appena le labbra, quasi come se steste testando la temperatura di un acido corrosivo. Il calore che sentirete scendere in gola è normale, è solo la vostra anima che cerca di scappare verso l'esterno. Se riuscite a sopravvivere ai primi secondi di incendio doloso nel palato, inizierete a percepire una complessità di sapori che nessun altro distillato al mondo può offrire. È a questo punto che interviene l'arma segreta del degustatore esperto: l'acqua. Aggiungerne qualche goccia non è un atto di debolezza, ma un gesto di pietà verso le vostre papille gustative che permette agli esteri di aprirsi e rivelare un giardino esotico nascosto dietro il muro di fuoco dell'alcol.
Una volta terminata la sessione, potreste avvertire un leggero senso di onnipotenza o la voglia improvvisa di parlare con le piante. È tutto perfettamente normale. Avete appena affrontato il mostro e ne siete usciti vivi, o almeno parzialmente integri. Certo, d'ora in avanti qualsiasi altro rum vi sembrerà acqua fresca leggermente profumata e probabilmente guarderete con aristocratico disprezzo chiunque osi ordinare un cocktail con troppo ghiaccio. In fondo, avere il palato foderato di amianto è un piccolo prezzo da pagare per poter dire di aver domato il fuoco della Giamaica, anche se ora la vostra capacità di sentire i sapori del cibo quotidiano è pari a quella di un sasso.



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