"In queste settimane ho capito che il lusso non è l’eccesso, ma la sottrazione riuscita."
- maattedesco
- 16 feb
- Tempo di lettura: 3 min
Laguna Blu, Islanda

Sono entrato nella terza settimana di questo ritiro come si entra in una stagione nuova, senza accorgersene subito, ma sentendo che qualcosa, dentro, ha cambiato densità. Qui il tempo non scorre. Si deposita. Ha una consistenza lattiginosa, simile all’acqua calda della laguna che fuma lentamente sotto il cielo basso. Non è solitudine subita, la mia. È una scelta accurata. Una postura interiore.
La stanza in cui vivo non si limita a contenere il corpo. Lo accompagna.
Le pareti hanno il colore della cenere fredda, lisce ma non ostili, e trattengono il silenzio come una stoffa spessa. I pavimenti, caldi sotto i piedi nudi, restituiscono una sensazione primaria, quasi domestica, come se la terra stessa avesse deciso di prendersi cura di chi la calpesta.
Le mattine le passo accanto alle grandi superfici di vetro. Non guardo “fuori”: mi lascio guardare dal paesaggio. La lava nera, spezzata da muschi di un verde umido e vivo, cambia tono con lentezza ipnotica. Mi siedo su una seduta ampia, rivestita di pelle naturale, morbida ma ferma, che conserva il calore del corpo e lo restituisce con discrezione. È una presenza silenziosa, affidabile. Scrivo poco, ma penso molto. La pelle sotto le dita, il cemento alle spalle, il respiro regolare: tutto collabora.
Gli oggetti qui non chiedono attenzione.
Il legno è venato, profondo, scuro come una foresta dopo la pioggia. Il metallo è opaco, mai lucido, quasi timido. La lana grezza dei tessuti assorbe i suoni, li spegne. Ogni cosa sembra aver rinunciato a farsi notare per permettere a chi abita lo spazio di esistere meglio.
Quando la concentrazione si scioglie, lascio che una musica lontana riempia l’aria. Non invade. Galleggia. Vibra appena, come un respiro condiviso. È allora che raccolgo piccoli frammenti di lava, ancora tiepidi di memoria, e li appoggio sul legno, come segnalibri di un luogo che non dimentica.
Il pomeriggio si ritira presto, qui.
La luce diventa obliqua, poi lattea, poi quasi irreale. Mi sposto nella zona più intima della stanza e mi avvolgo in una seduta alta, curva, che accoglie le spalle e isola il corpo. Con una tazza calda tra le mani, sento il contrasto: il calore che sale, il freddo che preme oltre il vetro. È un dialogo costante, mai conflittuale.
Il bagno è il vero cuore di questo rifugio.
Il vapore avvolge tutto, cancella gli spigoli, ammorbidisce i pensieri. L’acqua cade dall’alto con una regolarità ipnotica, scivola sulla pelle, scioglie tensioni che non ricordavo di avere. Le superfici in pietra restituiscono il calore lentamente, come se avessero una memoria propria.
Poi c’è il momento dell’immersione.
Entro nell’acqua calda e resto fermo. Il corpo si alleggerisce. Davanti a me la laguna privata, pallida e fumante, respira nel buio che arriva presto. L’aria sa di minerali, di roccia bagnata, di qualcosa di primordiale. I dettagli metallici emergono appena dalla penombra, scuri, sobri, come segni grafici su una pagina vuota.
Vivere qui, circondato da legno vivo, pietra onesta, tessuti grezzi e superfici essenziali, è come abitare una fortezza senza mura.
Non c’è decorazione superflua, non c’è rumore visivo. Ogni linea è una scelta, ogni materiale una dichiarazione di verità.
In queste settimane ho capito che il lusso non è l’eccesso, ma la sottrazione riuscita.
La bellezza, qui, non chiede di essere guardata. Si lascia sentire.
E nel silenzio che sale dalla lava e dall’acqua calda, ho avuto per la prima volta la sensazione netta di essere non un ospite, ma l’unico abitante temporaneo di un mondo fatto di roccia, respiro e quiete.



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