Il Complesso di Dio e il Metodo Scott.
- maattedesco
- 26 gen
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Come trasformare un incubo spaziale in un presepe filosofico
Cari compagni di sventure cinematografiche, sedetevi comodi. Oggi dobbiamo affrontare un lutto collettivo, uno di quelli che bruciano più dell'acido molecolare di uno Xenomorfo. Parliamo di come il "papà" Ridley Scott sia riuscito nell’impresa titanica di prendere due universi sacri — Alien e Blade Runner — e trasformarli in un esperimento di teologia per principianti, dove la coerenza narrativa è stata sacrificata sull'altare di un ego grande quanto una nana bianca.
Il peccato originale di Prometheus e il QI da aperitivo
Tutto è iniziato quando qualcuno ha convinto Ridley che non avevamo più paura del buio, ma che morivamo dalla voglia di conoscere l'albero genealogico dello Space Jockey. In Prometheus e Covenant, l'orrore cosmico è stato sostituito da un "delirio sulla Genesi" che farebbe grattare la testa persino a un monaco tibetano.
Ma il vero dramma non è la filosofia spicciola; è che per far funzionare questi "Grandi Temi", Scott ha dovuto arruolare l’equipaggio più stupido della storia della fantascienza. Parliamo di scienziati d’élite che si tolgono il casco su pianeti ignoti come se stessero entrando in una spa e di biologi che fanno "micio micio" a serpenti alieni trasudanti odio. In Covenant, poi, scopriamo che lo Xenomorfo non è più un mistero ancestrale, ma il lavoretto pomeridiano di David 8, un androide con il complesso di Wagner che passa il tempo a suonare il flauto e a fare esperimenti senza guanti. Il mostro definitivo ridotto a un progetto scolastico di un robot in crisi d'identità.
Blade Runner 2049: Il Presepe di Silicone
E poi arriviamo a Blade Runner 2049. Qui la situazione si fa ancora più paradossale. Abbiamo affidato le chiavi di casa a registi compiacenti che, pur di non scontentare il "produttore Ridley", hanno trasformato un noir esistenziale sporco e piovoso in un "presepe tecnologico" lentissimo e solenne.
Visivamente? Un capolavoro, non c'è dubbio. Ma sotto la vernice dorata della fotografia, cosa resta? Abbiamo trasformato Rachael — una donna che cercava solo di capire se i suoi ricordi fossero reali — in una sorta di "Vergine Maria dei Replicanti". Il fulcro del film non è più "cosa significa essere umani", ma "chi ha partorito chi". Siamo passati dal dubbio filosofico al test di gravidanza interstellare.
Villain da operetta e protagonisti smarriti
E che dire dei personaggi? Niander Wallace (un Jared Leto in modalità "santone da Instagram") non è un cattivo, è una caricatura. Non ordina mai una pizza; lui "evoca il nutrimento dalle ceneri della terra" parlando per aforismi biblici in un ufficio che sembra una cattedrale brutalista. Al suo fianco, la segretaria Luv uccide persone a calci mentre si fa fare la manicure e piange lacrime di plastica per ricordarci che è "profonda".
In mezzo a questo nulla cosmico si muove l'Agente K, un povero diavolo che passa tre ore a fissare la neve chiedendosi se è il Messia, per poi scoprire di essere solo un’esca narrativa. Praticamente è il protagonista di un kolossal che scopre di essere una comparsa nel suo stesso film. Una gioia infinita, davvero.
La lezione che (non) abbiamo imparato
Il problema non è voler inserire la filosofia nel cinema di genere, ma è farlo annullando il pericolo e l'umanità. Nel 1979, l'equipaggio della Nostromo moriva per sfortuna e inesperienza; oggi, nei film di Scott, si muore per incompetenza professionale e per servire metafore religiose pesanti come macigni.
Alla fine, la verità è che siamo tutti un po’ masochisti. Guardiamo queste pellicole mormorando che "sono troppo occupato per queste sciocchezze", ma poi restiamo lì, fissando lo schermo con la stessa espressione di Rick Deckard quando viene trascinato fuori dal suo eremo per fare da donatore di sperma retroattivo.
Ridley, ti vogliamo bene, ma la prossima volta che senti il bisogno di riscrivere la Bibbia, magari facci un favore: comprati un diario e lasciaci godere i mostri in pace.



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