Halloween Vs Giovedì Grasso
- maattedesco
- 16 feb
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In Italia l'autunno non è soltanto la stagione delle castagne e del mosto, ma segna l'inizio della grande barricata ideologica contro la zucca. Osserviamo l'avvicinarsi del trentuno ottobre con la stessa diffidenza che un gatto riserva a un aspirapolvere, convinti che un ortaggio arancione possa in qualche modo sciogliere due millenni di DNA romano-cattolico nel giro di una notte. Questa allergia collettiva affonda le radici in una sorta di ignoranza facoltativa, una forma di influenza dello spirito che ci spinge a ignorare quanto il macabro sia in realtà profondamente intrecciato al nostro suolo.

Molto prima che gli Stati Uniti diventassero una nazione, nelle campagne della Puglia si accendevano i fucacoste per illuminare la via ai defunti e in Calabria si intagliavano i coccalu di muortu, teschi vegetali che avrebbero fatto invidia a qualsiasi scenografo di Hollywood. Il paradosso è che liquidiamo come un’invasione aliena un rito che parla una lingua simile alla nostra, preferendo arroccarci su un piedistallo di purezza culturale che somiglia più a un castello di carte. Ci sentiamo minacciati da una maschera di gomma perché è più comodo puntare il dito contro un fantoccio commerciale che ammettere di aver smarrito la memoria delle nostre tradizioni rurali, quelle dove i morti tornavano a trovarci portando dolci e monete.
Il vero capolavoro del controsenso italiano si compie però qualche mese dopo, quando la stessa persona che in autunno invocava l'esorcista si ritrova a lanciare coriandoli con l’entusiasmo di un neofita. Il Carnevale è la nostra zona franca morale, un momento in cui l’umiliazione pubblica e il cattivo gusto vengono elevati a patrimonio dell'umanità. Se il travestimento avviene sotto l’egida dei Saturnalia romani e ha l'odore della frittura, allora tutto è concesso, persino vedere un professionista stimato che gira per il corso vestito da bebè gigante. In quel momento la critica al consumismo svanisce miracolosamente, proprio mentre paghiamo cifre improponibili per un naso di cartapesta o per un biglietto d’ingresso a una sfilata di carri allegorici.
In fondo, il nostro disprezzo per le feste altrui è un rassicurante esercizio di ginnastica mentale che ci permette di sentirci superiori senza troppa fatica. Condanniamo la deriva commerciale di una serata tra i fumi dell'incenso, per poi tuffarci a capofitto nel caos del martedì grasso con la coscienza pulita e lo stomaco pieno di chiacchiere unte. È la nostra adorabile ipocrisia stagionale, quel modo tutto italico di difendere un’identità che spesso non conosciamo bene, confermando che l’unica cosa davvero spaventosa in questo Paese resta la nostra capacità di restare coerenti solo quando si tratta di giudicare gli altri.
Spero che questa versione rifletta esattamente il tono che cercavi. Desideri che approfondisca qualche altro paradosso dei nostri costumi nazionali?



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