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Diario di un Naufrago del Gusto. Il rum che balla (e io con lui)


Bentrovati, compagni di sorsate.

Se siete qui, probabilmente soffrite della mia stessa, innocua patologia: quella strana attrazione per i liquidi ambrati che costano quanto un tagliando dell’auto ma promettono, con grande faccia tosta, di portarci ai Tropici senza lo stress del check-in.

Per inaugurare questa rubrica settimanale ho deciso di partire dal Grande Amore.

No, non parlo del mio ex (anche perché quella storia non ha mai avuto un buon invecchiamento), ma del Ron Santiago de Cuba Extra Añejo 11 anni.

La ricerca del Sacro Graal

(o della ferrovia giusta)

Per anni ho vagato tra gli scaffali e i banconi raccontando a chiunque avesse la pazienza di ascoltarmi — solitamente baristi che volevano solo chiudere il locale — la leggenda del rum invecchiato lungo i binari ferroviari.

Mi guardavano come si guarda qualcuno che ha chiaramente esagerato con l’assenzio.

«Certo,» mi disse uno, «e le botti le sposta un unicorno.»

E invece no.

Eccolo qui.

Un rum che non sta fermo un attimo.

Undici anni passati nei magazzini della Nave Don Pancho, a Santiago de Cuba, accarezzato — o maltrattato — dalle vibrazioni costanti dei treni in transito. Mentre noi cerchiamo la pace interiore con lo yoga, lui ha scelto la via ferroviaria.

Il risultato? Il legno di rovere bianco e il distillato si sono fusi meglio di quanto io sia mai riuscito a fare con un abbonamento in palestra.

Perché lo amo

(e perché potrei convincervi a fare lo stesso)

Ammettiamolo, c’è qualcosa di profondamente poetico nell’idea che il tremore di un vecchio convoglio cubano influenzi il sapore di un rum. È la scusa perfetta per noi appassionati.

Io: «Senti questa nota di vaniglia e tabacco?»

Amico sobrio: «Sento solo l’alcol.»

Io: «È perché non stai ascoltando il ritmo del treno, eretico.»


Al primo sorso, il Santiago 11 anni ti accoglie come un vecchio nonno cubano che ti invita a sederti in veranda. È caldo, avvolgente, ufficiale come il sigillo verde della D.O.P. Cuba, ma senza mai diventare rigido.

Non è aggressivo. È… cinetico.

Se volete sentirvi veri intenditori — o semplicemente avere una storia incredibile da raccontare mentre fate finta di distinguere il cacao dal cuoio — questo è un punto di partenza perfetto.

È un rum che ha il ritmo nel sangue. Letteralmente.

Io, nel frattempo, resto qui a fissare il bicchiere sperando che passi un treno anche sotto casa mia. Magari il rum si agita e io trovo la motivazione per pulire la scrivania

.

Spoiler, non succederà.

Se questo primo accenno di viaggio vi è piaciuto, la prossima settimana posso portarvi in Giamaica, tra esteri ribelli e profumi da “festa finita male” (nel senso migliore possibile).

Oppure restiamo a Cuba, dove i segreti — come il rum — non stanno mai davvero fermi.


 
 
 

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MAAT TEDESCO 

Maat Tedesco - nato il 29 novembre 1961.

Scrive storie perché è il modo che conosce per osservare il mondo con attenzione e senza fretta.

Ha viaggiato molto, più per curiosità che per fuga, portando con sé luoghi, incontri e domande che ritornano naturalmente nei suoi testi.

La sua scrittura si muove tra fantascienza, immaginazione e realtà quotidiana, cercando sempre un punto di contatto umano.

Non ama spiegare troppo quello che scrive: preferisce che il lettore si senta libero di entrare, restare, o tornare quando vuole.

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