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UNSS Leviathan 42

“Abbracciare l'inganno,
come un ombra amica,
ci rende imperfetti,
veri.”

episodio 1

Forse era solo un viaggio.

O forse l’inizio di qualcosa che nessuno sapeva nominare.

 

Una nave. Un nome antico.

Un equipaggio in attesa.

 

Qualcosa si è mosso, appena sotto la soglia del silenzio.

E non tutto ciò che respira ha un cuore.

 

 

                        CAPITOLO 1

Il sole nano artificiale di Giove proiettava ombre allungate sulla superficie ghiacciata di Ganimede mentre uno shuttle extra-mondo, un’elegante navetta di colore grigio metallizzato si staccava dall’orbita. A bordo, una figura solitaria sedeva nella cabina di pilotaggio, le sue mani salde sui comandi.

Era una navetta spaziale versatile e affidabile dotata di motori di ultima generazione e di sistemi di navigazione all’avanguardia. Chi la pilotava ne aveva personalmente supervisionato la costruzione, scegliendo i materiali più resistenti e le tecnologie più avanzate.

Un segnale lampeggiava e Il pilota attivò il sistema di comunicazione.

Mentre si allontanava da Ganimede ascoltò il messaggio privato che lo attendeva. La voce risuonava era fredda e metallica. Anonima. Gli comunicava la sua prossima missione

 “Nuove istruzioni. Destinazione L’Anello.”

Una gigantesca stazione spaziale orbitante nei pressi della fascia di asteroidi nella costellazione di Alfa Centauri.

La mascella del pilota si serrò impercettibilmente. Un battito di ciglia. Un cenno d’assenso, non servivano altre parole, proseguì senza mostrare alcuna emozione. Della destinazione sapeva che era un luogo lontano e forse sarebbe potuto diventare pericoloso. Un gigantesco cantiere spaziale, un mini-mondo brulicante di attività.

Con una manovra precisa e calcolata lo shuttle si portò all’interno di una zona di detriti spaziali, un cimitero di vecchi satelliti, mezzi industriali, impianti di terra-formazione e navi da guerra abbandonate, dove una porta mezzi d’assalto coloniale della Federazione Terrestre testimone della guerra d’indipendenza lunare, giaceva lì silenziosa. Qualcuno si era preso la briga di recuperarla dal legittimo proprietario reduce da una sfortunata mano a poker e a sua volta l’aveva trasformata in un rifugio abitabile. Nascosta agli occhi indiscreti in una zona interdetta al traffico civile nell’orbita di Giove e delle sue lune attendeva pazientemente.

Scivolando lentamente senza far rumore lo shuttle sfiorò la sagoma imponente di quella che un tempo era stata una gigantesca nave da guerra. Sullo scafo ormai corroso dal tempo, il nome “Behemoth” emergeva ancora fiocamente illuminato a intermittenza dal riflesso delle luci di posizione e manovra della navetta. A ogni bagliore la superficie metallica rivelava i segni della sua antica gloria, avvolta ora da un’aura di silenzioso mistero.

Superato il sistema di riconoscimento a distanza dei droni di guardia, manovrò con cura. I motori si spensero con un ronzio che si dissolse nel vuoto attraccando nell’hangar di carico e scarico, li avrebbe ricaricato i propulsori del suo veicolo.

 Scese.

L’interno era immerso in una penombra soffocante, nel silenzio rotto solo dal battito del cuore e dal proprio respiro. Il portellone blindato si aprì con uno sbuffo d’aria. Avrebbe avuto tutto il tempo necessario per mettere al sicuro il carico ma c’era il contenuto sensibile da proteggere.

Era una necessità, ogni volta che stava per iniziare una nuova missione. Adesso e dopo ogni upgrade nel corso degli anni era diventata una procedura che prendeva sempre meno tempo, pochi minuti in cambio di quello che a tutti gli effetti era un'assicurazione sulla vita.

 Il carico era al completo.

 Le luci si spegnevano a poco a poco dopo il suo passaggio, mentre al centro della nave nella sala motore, il nucleo a fusione sarebbe rimasto attivo, tale da garantire ai sistemi automatici di gestire la nave in autonomia. Sarebbe rimasta in attesa, vigile a qualsiasi segnale.

La ‘Behemoth’, da una sorta di cantina gigante sospesa nel vuoto siderale, era col tempo un punto da sentire come “casa” in quei periodi della sua esistenza che trascorreva lontano dal lavoro, tra una missione e l’altra.

Dopo aver impostato il codice di sicurezza diede un’ultima occhiata allo scanner per il riconoscimento della matrice neurale, era a tutti gli effetti come chiudere la porta blindata di casa con le chiavi e mettere una catena con lucchetto.

Si lasciò alle spalle il portellone dell’hangar e risalì a bordo della sua navetta. Impostò la rotta per Alfa Centauri. Spinse i motori al massimo. Le stelle si allungarono nel parabrezza scivolando nel nero infinito.

Il viaggio sarebbe stato lungo e silenzioso..

...

MAAT TEDESCO 

Maat Tedesco - nato il 29 novembre 1961.

Scrive storie perché è il modo che conosce per osservare il mondo con attenzione e senza fretta.

Ha viaggiato molto, più per curiosità che per fuga, portando con sé luoghi, incontri e domande che ritornano naturalmente nei suoi testi.

La sua scrittura si muove tra fantascienza, immaginazione e realtà quotidiana, cercando sempre un punto di contatto umano.

Non ama spiegare troppo quello che scrive: preferisce che il lettore si senta libero di entrare, restare, o tornare quando vuole.

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